Il giorno dopo essere diventati campioni
A Berlino il tempo sembra fermarsi nell’istante in cui il pallone di Fabio Grosso entra in porta. Ma per una Nazionale il giorno dopo arriva presto: cambiano le convocazioni, si ricomincia a viaggiare, gli avversari attendono i campioni con un’attenzione diversa. La quarta stella resta cucita sulla maglia; la squadra che l’ha conquistata deve invece ritrovare ogni volta le ragioni del proprio stare insieme. È da questa distanza fra un simbolo destinato a durare e un gruppo inevitabilmente provvisorio che comincia la storia successiva al 2006.
Marcello Lippi lascia e la panchina passa a Roberto Donadoni. La memoria del Mondiale accompagna un nucleo ancora riconoscibile, mentre l’Europeo del 2008 diventa il primo grande banco di prova. L’Italia supera il girone e si ferma nei quarti contro la Spagna, dopo lo 0-0 e i rigori. Per gli spagnoli è una tappa della strada verso il titolo; per gli Azzurri, il segnale che il calcio europeo sta cambiando gerarchie e linguaggi.
Riletta oggi, quella sconfitta racconta bene l’inizio del periodo: l’Italia è ancora abbastanza forte da contendere una partita ai futuri campioni, ma la vittoria mondiale non offre una scorciatoia per il torneo successivo. La continuità dei nomi non garantisce quella delle prestazioni. Il prestigio è un’eredità; la squadra va costruita di nuovo.

Il ritorno di Lippi e una certezza perduta
Il ritorno di Lippi sembra ricucire il legame con Berlino. Nel frattempo sono passati quattro anni, un tempo lungo per chi gioca e breve per chi ricorda. Il Mondiale sudafricano del 2010 mette le due misure una di fronte all’altra: l’Italia arriva da campione in carica e lascia il torneo al termine del girone, dopo i pareggi con Paraguay e Nuova Zelanda e la sconfitta contro la Slovacchia.
Non è soltanto un risultato insufficiente. Per chi aveva vissuto il 2006 diventa evidente che una vittoria può sopravvivere molto più a lungo della squadra che l’ha prodotta. I campioni del mondo restano parte della storia, ma non possono essere la risposta automatica a ogni domanda del presente. Da lì in avanti il ricambio non sarà più uno sfondo del racconto: ne diventerà uno dei temi principali.
Un’altra Italia arriva fino alla finale
Con Cesare Prandelli la Nazionale cerca un modo diverso di stare in campo. Il centrocampo torna al centro della narrazione: il pallone di Andrea Pirlo, le combinazioni, la possibilità di accompagnare il talento senza perdere l’ordine. A EURO 2012 l’Italia cresce dentro il torneo, supera l’Inghilterra ai rigori e raggiunge la finale battendo la Germania con due reti di Mario Balotelli.
È una serata che restituisce alla squadra la capacità di sorprendere e al pubblico il piacere di riconoscervisi. La finale di Kiev contro la Spagna finisce però 4-0. Il margine della sconfitta non cancella il percorso, ma ne definisce il limite: arrivare vicini a un altro titolo non significa avere già risolto i problemi del ricambio.
Il terzo posto nella Confederations Cup del 2013 aggiunge un altro passaggio internazionale. In questi anni la Nazionale riesce ancora a frequentare le fasi conclusive dei grandi tornei. È importante ricordarlo quando si guarda il periodo soltanto attraverso i Mondiali mancati: fra il 2006 e oggi non c’è una discesa uniforme, ma una successione di slanci, occasioni e arretramenti.
Il Mondiale breve, l’Europeo combattuto
In Brasile, nel 2014, il successo iniziale sull’Inghilterra apre una prospettiva che si chiude in pochi giorni. Le sconfitte con Costa Rica e Uruguay eliminano l’Italia al primo turno per la seconda edizione consecutiva. Il Mondiale torna a essere il luogo in cui le attese della vigilia si scontrano con una realtà più fragile.
Antonio Conte riparte da una squadra che all’Europeo del 2016 trova nell’organizzazione e nella solidarietà il proprio linguaggio. Le vittorie su Belgio e Spagna costruiscono un torneo intenso, terminato nei quarti contro la Germania ai rigori. Non arriva una coppa, ma rimane l’immagine di un gruppo capace di reggere il confronto attraverso il lavoro collettivo.
Questa alternanza rende difficile racchiudere quegli anni in una sola formula. Fra il Brasile e la Francia cambiano il tecnico, le aspettative e la risposta sul campo. Rimane aperta la stessa questione: come trasformare una buona estate in un percorso che continui anche dopo il ritorno dei giocatori nei rispettivi club.
La prima estate senza Mondiale
Lo spareggio con la Svezia interrompe un’abitudine che sembrava parte del calendario italiano. La squadra di Giampiero Ventura perde 1-0 in trasferta e il 13 novembre 2017 non riesce ad andare oltre lo 0-0 a San Siro. L’Italia non si qualifica a Russia 2018. Per trovare una precedente esclusione nelle qualificazioni bisogna tornare al Mondiale del 1958.
Il rumore di quella sera nasce anche da questo: molti tifosi non hanno memoria diretta di un’estate mondiale senza gli Azzurri. La delusione riguarda una partita, ma anche un rito collettivo fatto di attese, bandiere, appuntamenti davanti alla televisione. Il calendario continua; è il posto dell’Italia dentro quel calendario a essere scomparso.
Ridurre tutto a novanta minuti sarebbe rassicurante, perché permetterebbe di isolare un errore e lasciarsi il resto alle spalle. La ricostruzione chiede invece tempo, scelte e un rapporto diverso con le aspettative. La nuova generazione deve imparare a indossare una maglia prestigiosa senza sentirsi obbligata a imitare quella del passato.
Ritrovare il gioco, ritrovare la fiducia
Roberto Mancini assume la guida della Nazionale nel 2018. La squadra cerca iniziativa, palleggio e disponibilità ad attaccare; a cambiare è anche la sensazione con cui si aspetta una partita. Accanto a giocatori esperti acquistano spazio volti nuovi. Non si tratta di dimenticare la tradizione italiana, ma di trovare una forma nella quale il gruppo possa riconoscersi.
La pandemia rinvia di un anno l’Europeo, che conserva il nome EURO 2020 e si disputa nel 2021. Il torneo comincia a Roma e accompagna un Paese che torna, con gradualità e cautele, a condividere luoghi ed emozioni. L’Italia passa dal convincere al resistere, dalle partite controllate alle serate in cui servono i supplementari o i rigori. Il gruppo mostra di saper abitare situazioni differenti.
Il percorso conta anche per le relazioni che rende visibili: l’esperienza di Giorgio Chiellini e Leonardo Bonucci, il centrocampo, l’energia degli esterni, la presenza di Gianluca Vialli accanto a Mancini. Il calcio della Nazionale, fatto di raduni brevi e lunghe separazioni, trova una delle sue risorse nella qualità del tempo trascorso insieme.
Wembley e la seconda Europa
La finale con l’Inghilterra comincia in salita, con il gol di Luke Shaw. L’Italia non rincorre soltanto un risultato: deve riprendersi spazio, ritmo e tranquillità dentro uno stadio che sostiene gli avversari. Il pareggio di Bonucci riapre la serata. Dopo l’1-1 dei supplementari, i rigori consegnano agli Azzurri il secondo titolo europeo.
Gianluigi Donnarumma diventa il volto conclusivo della finale, ma la vittoria ha attraversato tutte le linee della squadra. Il passaggio dall’attesa della rincorsa al silenzio dell’ultimo rigore, e poi alla festa, restituisce al pubblico un’emozione che sembrava lontana. Dopo il 1968, l’Europeo torna italiano.
Wembley non è una parentesi da ridimensionare alla luce di ciò che accadrà dopo. È un titolo conquistato, una squadra riuscita e una memoria autonoma. Proprio per questo la vicinanza con la delusione successiva rende il periodo tanto difficile da raccontare: il successo e la fragilità appartengono alla stessa storia, senza annullarsi a vicenda.

Da campioni d’Europa fuori dal Qatar
Il 24 marzo 2022 l’Italia affronta a Palermo la Macedonia del Nord nella semifinale degli spareggi mondiali. Non trova il gol e viene colpita nel recupero da Aleksandar Trajkovski. La sconfitta per 1-0 chiude il cammino verso Qatar 2022 prima ancora della finale del percorso di qualificazione.
L’assenza del 2018 non è più un episodio isolato. Due Mondiali consecutivi saltati cambiano il peso della domanda: come può una Nazionale vincere l’Europeo e non raggiungere la fase finale mondiale? La risposta non sta in una contraddizione da risolvere con uno slogan. Un torneo concentrato in poche settimane e una qualificazione distribuita su molti mesi chiedono continuità, precisione e capacità di affrontare momenti diversi.
Il ricordo di Wembley rimane luminoso, mentre il presente diventa di nuovo faticoso. Per i tifosi è una frattura ravvicinata: la stessa maglia che pochi mesi prima aveva riempito le piazze non sarà sul campo del Mondiale.
Il ricambio continua a cercare una forma
I terzi posti in Nations League del 2021 e del 2023 ricordano che l’Italia continua a misurarsi con avversari di primo piano. Non sostituiscono un Mondiale, ma fanno parte del bilancio di una fase che comprende anche risultati positivi. Nell’estate del 2023 si chiude il primo mandato di Mancini e comincia quello di Luciano Spalletti.
La qualificazione all’Europeo del 2024 porta gli Azzurri in Germania da detentori del titolo. Il torneo si interrompe agli ottavi, con la sconfitta per 2-0 contro la Svizzera. Ancora una volta la ricerca di una squadra stabile si scontra con il tempo breve di una competizione: chi arriva al raduno deve trovare in pochi allenamenti automatismi che nei club si costruiscono per mesi.
Sulla maglia le stelle restano quattro, ma i protagonisti cambiano. Un’intera generazione ha ormai conosciuto più attese di ricostruzione che partecipazioni mondiali. Il futuro non può essere raccontato soltanto attraverso il richiamo a un passato glorioso: ha bisogno di esperienze nuove da aggiungere a quella memoria.
Un altro cambio di guida, lo stesso traguardo
Nel marzo 2025 il confronto di Nations League con la Germania termina con una rimonta italiana a Dortmund, dal 3-0 al 3-3, che non basta a superare il turno dopo la sconfitta dell?andata. La reazione mostra risorse e carattere, ma il bilancio delle due partite lascia ancora una volta l?Italia fuori dalla fase conclusiva.
Nel giugno successivo la guida tecnica passa a Gennaro Gattuso, uno dei protagonisti del Mondiale 2006. Il legame personale con la quarta stella rende particolarmente visibile la distanza fra due compiti: essere stato parte di una squadra vincente e doverne costruire una nuova. L?obiettivo immediato ? il ritorno al Mondiale, attorno al quale si concentra l?attesa dei tifosi.
La sua esperienza prosegue fino allo spareggio del marzo 2026. Anche questo passaggio entra nella storia del periodo: cambiano i tecnici e i tentativi di ricostruzione, mentre la qualificazione mondiale diventa un appuntamento dal peso sempre maggiore.
La terza esclusione e una storia ancora aperta
Il 31 marzo 2026, a Zenica, l’Italia affronta la Bosnia ed Erzegovina nella finale dello spareggio. Dopo l’1-1 dei tempi supplementari, i padroni di casa vincono la serie dei rigori per 4-1. Gli Azzurri restano fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva: dopo Russia 2018 e Qatar 2022 manca anche l’edizione del 2026 in Canada, Messico e Stati Uniti.
Tre esclusioni hanno ormai un significato che supera la somma delle singole serate. Per molti bambini il Mondiale dell’Italia è un racconto ascoltato dagli adulti, non un’esperienza vissuta. La quarta stella rimane un punto di partenza affettivo, ma la distanza da Berlino misura anche il bisogno di costruire un presente capace di reggere senza essere continuamente confrontato con quella notte.
All’aggiornamento del 30 ottobre 2026 la Nazionale è tornata a essere guidata da Roberto Mancini e sta affrontando una nuova stagione internazionale. I risultati che verranno appartengono ancora al campo. Questo racconto si ferma ai fatti già avvenuti e resta aperto: potrà accogliere altri capitoli, finché un passaggio riconoscibile permetterà di chiudere quest’epoca e affidare a una nuova pagina il seguito della storia.


